Distretti industriali e Made in Italy di Giacomo Becattini

Politica per i distretti

Complessa: Deve occuparsi di utti gli aspetti economici del paese: commercio internazionale, macroeconomici, fiscali, di infrastrutture, di formazione e ricerca ed industriali e di lavoro. Ripensamento totoale della politica economica, in tutti i suoi aspetti
Leggera perchè non deve guidare ma assecondare le decisioni dei singoli che, collettivamente, determinano l’evoluzione dei distretti. Mai guidarli, al limite aiutarli, ma mai in maniera troppo stringente.

Economia Italiana di ieri e oggi; artigianato e piccola impresa

Se certe economie di costo sono disponibili per impianti di una certa dimensione, solo quelle imprese che sono gradi abbastanza da potersi consentire l’investimento di capitale richiesto per tale impianto si potranno appropriare di quelle economie; tutte le altre imprese non lo potranno. D’altro canto, se ci sono economie accessibili ad impianti piccoli, ogni impresa più grande può avvalersene esattamente come una piccola impresa perchè niente le impedisce di investire in diversi piccoli impianti.
(Steindl, 1991)

La dottrina economica vede le economie di scala come economie ad appannaggio delle grandi imprese; vantaggi di produzione, acquisto, vendita finanziamento, ricerca e sviluppo sarebbero alla portata solamente di grandi imprese. I manuali economici sottolineano da sempre la superiore efficienza della grande impresa rispetto alla piccola.
Quando si analizza l’efficienza derivante dalle economie di scala spesso si tralasciano tutti gli aspetti legati alle diseconomie di scala: inefficienze nelle comunicazioni interne, nella organizzazione aziendale sempre più complessa e difficile da gestire. Ne derivano maggiori costi di gestione ed una minore velocità nel rispondere ai cambiamenti di mercato. Ultimo ma non ultimo, il fallimento del modello di produzione fordista-taylorista che si è rivelato inadatto quando i mercati hanno dovuto fronteggiare la rinvigorita concorrenza internazionale. Produzione di massa e parcellizzazione del lavoro hanno avuto effetti demotivanti nella forza lavoro, rendendo necessario il ripensamento del modello di produzione su larga scala. Tale ristrutturazione è avvenuta, non a caso, nella direzione già adottata dalle piccole imprese:
Tendenza a recuperare, in produzioni di massa, doti di versatilità che sembravano appartenere esclusivamente alla produzione artigianale.
Continuo fiorire di attività imprenditoriali dal basso
Impossibile instaurare un confronto diretto tra piccola e grande impresa senza considerare i rapporti di integrazione/complementaeità (o concorrenziali/cooperativi nel caso dei distretti) esistenti tra l piccole imprese.
Secondo Becattini tutta la legislazione e le attività di sostegno all’attività produttiva sono realizzate su misura per piccole e grandi imprese, lasciando nel limbo, nel dimenticatoio, tutti i sistemi di piccole imprese. Ammortizzatori sociali, rapporti con nuovi mercati vengono pensati solamente per le grandi aziende che, nella bilancia commerciale e per numero di impiegati, hanno un rilievo paragonabile a quello dei distretti.
Ricapitolando: Il rilievo sociale dele grandi imprese è paragonabile a quello dei sistemi delle piccole imprese. Partendo da questo presupposto, è necessario adeguare politiche industriali, del lavoro, del credito e del commercio estero in base alle necessità di questi distretti, ricordando il ruolo marginale che deve avere la politica rispetto allo sviluppo dei distretti.

Il modello di Porter e critiche

Competitive advantageVantaggio concorrenziale che può essere ricercato all’interno di settori omogenei (piastrelle, sedie friuli) e non in settori eterogenei. Al limite in sottoinsiemi di settori eterogenei come la meccanica.
All’interno di ogni settore, il clima concorrenziale è determinato da possibili entranti, produttori di beni sostituti, potere contrattuale di fornitori e clienti,concorrenza interna, oltre ad alcuni aspetti poco misurabili come il grado di collaborazione tra imprese concorrenti e l’atteggiamenti di imitazione.
All’interno del rispettivo segmento, le imprese tentano di conseguire dei vantaggi concorrenziali producendo a prezzi più bassi oppure introducendo innovazioni di prodotto, oppure combinando le 2 cose. Le imprese hanno il problema di collocarsi e ricollocarsi continuamente nel sistema di collegamenti di input ed output cui appartiene.
Le imprese scoprono il ruolo fondamentale dell’innovazione per la costruzione di vantaggio competitivo. Tralasciando innovazioni epocali, rare, le imprese tendono ad innovare costantemente, con innovazioni incrementali, che man mano vanno a costruire un patrimonio di conoscenze e capacità di una nazione in un determinato settore. Concorrenza stimola innovazione che a sua volta genera nuovamente concorrenza.
Secondo Porter, oltre alle innovazioni, è importante il dove, il chi ed il contesto in cui avvengono le innovazioni. Ad esempio, in un distretto, una innovazione genera imitazione da parte dei concorrenti, in una impresa isolata non genera alcuna reazione.
Una nazione può, nel suo complesso, raggiungere vantaggio competititvo in un settore dipendentemente da: dotazione nazionale di fattori (infrastrutture, mano d’opera specializzata,..), natura della domanda interna (più chiara e critica è la domanda interna, maggiore sarà la conoscenza delle imprese circa i bisogni da soddisfare), collegamenti orizzontali e verticali con segmenti industriali vicini.
L’insieme di fattori deve portare ad una intensa rivalità tra le imprese del settore.
La critica al modello di Porter risiede nel fatto che l’autore ignora il fattore cooperazione tra imprese.
In uno studio del 1985, Porter analizzava la posizione competitiva dell’Italia nei mercati internazionali. L’Italia deteneva un vantaggio competitivo in 50 sotto settori, tutti facenti capo a 3 grappoli, clusters: beni per la casa, beni per la persona, tessile.
Il vantaggio concorrenziale in questi 3 clusters sarebbe opera della domanda interna, articolata e selettiva che ha fatto da laboratorio sperimentale per i beni italiani. Dal lato dell’offerta, sarebbe opera di distretti industriali formati da piccole imprese dove una concorrenza ed una cooperazione maggiore alla media hanno permesso lo sviluppo di prodotti innovativi.
Tentando di costruire vantaggi competitivi in altri clusters, l’Italia avrebbe sempre fallito dato che tale vantaggio era già appannaggio di un’altra nazione.

Concorrenza e Cooperazione

Da cosa dipende la cooncorrenza in un distretto? Perchè è più alta rispetto alla media? La contiguità impedisce la creazione di monopoli spaziali, la percezione immediata delle mosse dei concorrenti, invidia ed emulazione tra imprese.
Da cosa dipende la cooperazione in un distretto? La cooperazione può essere consapevole o semiconsapevole. Consapevole nel caso di costruzione di infrastrutture comuni, cooperazioni di acquisto e vendita, di formazione di mano d’opera specializzata ed altre forme associative istituzionalizzate. Semiconsapevole sono tutte le forme di cooperazione che evitano che l’accesa concorrenza finisca per distruggere il distretto.

La ricetta di Becattini per lo sviluppo dei distretti industriali

Destinare risorse pubbliche alla ricerca e sviluppo e al marketing dell’insieme dei settori che costituiscono la base del nostro vantaggio concorrenziale. Maggiore integrazione tra scuola secondaria superiore e università ed istituti di ricerca.
Realizzare infrastrutture, utilizzando le scarse risorse per potenziare i collegamenti locali e non per creare faraonici traccianti che colleghino zone poco produttive del paese.
Questi interventi dovrebbero in prima battuta rafforzare gli attuali distretti ed in seguito estendersi ai proto distretti, ovvero ad aree dove su zone dove è possibile la nascita di un nuovo distretto.

Made in Italy

Partiamo da alcuni fatti accertati:

  1. L’Italia non è stata in grado di sviluppare una industria competitiva nei mercati internazionali per quei beni intensivi di capitale e di tecnologia
  2. Grandi vantaggi competitivi sono stati conseguiti in settori relativamente leggeri come il tessile, le piastrelle, abbigliamento, mobili e calzature
  3. Posizioni stabili di sono state conseguite nella meccanica tradizionale, al netto dell’auto.

E’ un caso che siano questi i settori in cui l’Italia è stata in grado di guadagnare una posizione di vantaggio competititvo? E’ la distribuzione delle capacità imprenditoriali ad aver determinato il successo in questi settori o c’è un’altra logica, meno intuitiva, che lega il successo di queste produzioni?
Una prima affinità può essere rilevata tra i primi 2 gruppi ed il terzo: per la produzione di beni per la casa (mobili) e beni per la persona (abbigliamento, calzature), si utilizzano strumenti prodotti dal terzo gruppo (meccanica quindi macchinari).
Sul piano trasversale, tutti i beni prodotti nei 3 gruppi si caratterizzano per:
Attenzione, da parte dei piccoli produttori italiani, sia per i beni finali che strumentali, alle mille sfaccettature dei bisogni del cliente. I beni sono quindi molto specifici ed interessano fasce anche molto limitate di consumatori.
Economie esterne di produzione ma comunque interne al distretto in cui vengono prodotti.
In blocco, di questi beni, compongono il Made in Italy che, malgrado le affinità merceologiche, si distingue dalle produzioni estere cui viene spesso assimilato. Parlare di quota italiana nel mercato mondiale delle calzature non ha significato, avrebbe più significato parlare di quota di mercato dell’Italia nel mercato delle calzature che aderiscono a certi bisogni di una parte di consumatori. Anche le relazioni di sostituzione si modificano.
I prodotti del Made in Italy si pongono quindi ai margini delle grandi correnti di scambio, agganciati a piccole nicchie che, se pur piccole, sono in realtà più persistenti di quanto non si pensi. Proprio a causa della loro dimensione, troppo piccola per giustificare l’investimento, queste nicchie restano ad appannaggio dei piccoli produttori italiani. Piccoli produttori che possono comunque operare nel mercato internazionale, se le condizioni logistiche lo permettono.
E quando la nicchia si trasforma, il piccolo produttore innova per adeguarsi alle nuove condizioni. Da nicchia nasce nicchia.

Il Made in Italy distrettuale

Distinzione tra made in italy diretto (composto da beni di consumo) e made in italy indiretto (composto da beni strumentali utlizzati nella produzione di beni di consumo del made in italy diretto). La studio di Stefano Menghinello, condotto per conto del Ministero del Commercio Estero tra il 1985 ed il 1995 evienzia che:
Nel 1995, il peso delle esportazioni dei beni made in italy (diretti ed indiretti) prodotti nei distretti si aggirava (sottostimando) al 22% del totale delle esportazioni. Tra il 1985 ed il 1985, l’export di beni made in Italy indiretti è cresciuta dal 34 al 41%, conseguentemente l’export del Made in Italy diretto è sceso dal 66 al 59%.
Le produzioni del Made in Italy distrettuale non calano ma aumentano, seppur modestamente, dal 21,1 al 21,8 del totale delle esportazioni, in un periodo politico particolarmente sfavorevole per i distretti.
Sulle base di questo studio, Becattini trae 3 conclusioni:

  1. Il Made in Italy distrettuale rappresenta il nocciolo duro (o uno dei noccioli duri) dell’Export italiano
  2. I distretti asicurano e continueranno ad assicurare un vantaggio competitivo in un nucleo di attività trasformative (tessile, legno, ceramica,..)
  3. La trasformazione delle esportazioni del Made in Italy distrettuale è indice di evoluzione del nostro modello di specializzazione produttiva
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