Diritto dell’informazione e della comunicazione II

Appunti liberamente tratti dalle lezioni di Diritto della comunicazione e dell’informazione II tenute dal Prof. Nicola Walter Palmieri nel corso dell’anno accademico 2005/2006 presso l’università di Scienze della comunicazione e dell’economia di Reggio Emilia.

Introduzione

Prima dell’era Gutemberg, il sapere era monopolio delle oligarchie e delle istituzioni ecclesiastiche. L’invenzione della stampa aprì spazi sempre maggiori a libertà di espressione e democrazia (vedi distinzione tra media leggeri e media pesanti operata da Innis nel libro Impero e Comunicazioni). Radio e televisione furono grandi strumenti di diffusione culturale ed al contempo strumenti di propaganda politica. Internet allo stesso modo sta aprendo nuovi canali di comunicazione, di confronto in ultima analisi di Democrazia.

La rivoluzione Internet

Le reti sono virtual utilities, permettono agli utenti di acquistare i servizi desiderati in libertà e con la massima conoscenza circa le caratteristiche dei beni ed i rispettivi prezzi. La rete ripropone la divisione di Smith in Repubblicani e Monarchici, di Whigs e Tory, favorevoli e luddisti contrari alla rete. Per i contrari, la rete è un semplice moltiplicatore di risorse già presenti, vedi l’articolo di Robert J. Gordon “Does new economy measure up to the great inventions of the past”.

Nascita di una nuova Lex Mercatoria

La Lex Mercatoria era, in epoca medievale, un insieme di norme che regolamentavano il commercio, create dai commercianti stessi . Tale insieme di leggi non sovvertiva e nemmeno distruggeva le altre leggi commerciali imposte dai sovrani. Internet sta portando al superamento del diritto commerciale tradizionale e sta contribuendo a creare una moderna Lex Mercatoria, creata dagli utenti della rete.

Aspetti inquietanti

Internet come minaccia per le case discografiche ed in generale tutti i detentori di Copyright che accusano la rete di violare i diritti d’autore. Scontro sulla concezione di Fair Use. Caso Francia Vs. Yahoo!. Pericolo nella protezione dei dati personali, nella protezione dei sistemi informatici. Le soluzioni devono essere di natura tecnologica e non di tipo legislativo.

Superamento dei confini fisici

La sovranità, ovvero la facoltà di emanare leggi, è definita dal controllo sul territorio. Essendo la rete priva di confini, la sovranità degli stati non può essere applicata. La legge di internet non deve provenire da autorità superiori ma deve nascere dalle scelte volontarie degli utenti. la legge della rete nasce sulla base del consenso.

DIRITTO DI ACCEDERE ALL’INFORMAZIONE

Tutte le costituzioni occidentali, la Convenzione Europea e la Carta dei Diritti dell’Uomo sanciscono la libertà di informazione e di comunicazione. Il I Emendamento della Costituzione Americana sancisce il diritto all’espressione e alla comunicazione. Gli oppositori della rete (vedi case cinematografiche) sono per un controllo stretto di internet per mezzo di strumenti legislativi. La controrivoluzione portata avanti dai conservatori, mira alla introduzione di censura, filtri ed all’estensione delle tutele del copyright. Tutte queste azioni riducono il raggio di azione del Fair Use. Lo stato dovrebbe essere garante dei diritti dei cittadini invece che tollerare monopoli e pratiche monopolistiche perpetrate da case discografiche, cinematografiche ed industrie del software. Oltretutto, punisce con leggi come il DMCA (Digital Millenuim Copyright Act) i cittadini che tentano di ribellarsi a tali monopoli.

Chi vuole i vantaggi deve accettare gli svantaggi

Chi espone la propria opera in rete deve accettare l’idea che altri utenti la possano scaricare ed utilizzare per la creazione di nuove opere, nei limiti del Fair Use. Se il Fair Use si dovesse rivelare troppo restrittivo per garantire la libera espressione, si dovrebbe procedere ad allargare le libertà, non agire in senso contrario consolidando le leggi a foavore del copyright.

Comunicazioni indecenti

Comunication Decency act, CDA 1996. Legge proposta dai conservatori per la tutela dei minori in rete, vietando la diffusione di contenuti pornografici in rete. Gli oppositori attaccarono la legge ad il tribunale della Pennsylvania la dichiarò incostituzionale, in aperto contrasto con il I emendamento. I conservatori riproposero nel 1998 l’argomento cn il Child Online Decency Act, COPA. Anche questa seconda legge venne dichiarata incostituzionale. La protezione dei minori non deve essere l’alibi per giustificare la censura. I minori devono essere tutelati dalla sorveglianza dei genitori e non da misure tecnologiche che rischiano di colpire la maggior parte degli utenti della rete. Vedi ACLU Vs. Reno

La Censura

Dal II dopoguerra ad oggi abbiamo assistito ad una crescente libertà nei costumi. Le informazioni trasmesse in Internet, ultima evoluzione di questo processo di liberalizzazione, possono trattare temi che possono turbare la sensibilità delle persone più deboli (ad esempio i minori). La censura tutelerebbe queste fasce più deboli a scapito del resto della popolazione. E’ quindi necessario tutelare le persone più sensibili senza intaccare le libertà personali.

Terrorismo e libertà

In seguito agli attentati alle torri gemelle del 2001, al posto che indagare sulle cause che hanno portato alla morte di migliaia di persone, il governo americano ha ridotto le libertà personali dei cittadini degli Stati Uniti con il Patriot Act. La legge permette di ottenere informazioni personali e monitorare i comportamenti dei cittadini. Gli attacchi terroristici non furono il frutto di troppe libertà bensì dell’incapacità dell’amministrazione di intuire il pericolo e gestire la crisi.

Attentati alla Privacy

In America, gli attentati hanno creato l’alibi per permettere il controllo dei movimenti dei cittadini. Il Patriot Act ed il Homeland Security Acy sono parte integrante del sistema di contollo chiamato TIA, Total Information Awarness, strumento definitivo per il controllo delle informazioni, delle comunicazioni e di repressione delle libertà individuali.

LIMITAZIONI LEGALI ALLA LIBERTÀ DI ACCESSO ALL’INFORMAZIONE

Nascita della proprietà intellettuale

I primi cenni storici circa la nascita della proprietà intellettuale si possono ritrovare nell’opera I Deipnosofisti (“I sofisti a Banchetto”) di Ateneo risalente al III secolo a.c., dove si parla delle abitudini culinarie dei Sibariti, noti edonisti, che per incentivare la creatività dei cuochi, concedevano il diritto di esclusiva di un anno a colui che avesse presentato loro una pietanza particolarmente succulenta.
Sibari a parte, la nascita delle prime forme di proprietà intellettuale risale al medioevo, quando i Signori delle città italiane, così come i Re d’Inghilterra concedevano ai commercianti il diritto esclusivo di importare/esportare un bene o di imporre tasse sulla commercializzazione di materie prime (ad esempio la tassa sul sale). In Inghilterra queste concessioni monopolistiche venivano notificate tramite lettere pubbliche chiamate Letter Patents (Dal latino litterae patentes, ovvero Lettere aperte).
L’era moderna della proprietà intellettuale comincia nel XV secolo nella Repubblica di Venezia. Ogni cittadino che avesse sviluppato una invenzione o avesse importato dei beni in grado di contribuire allo sviluppo tecnico ed economico della Repubblica, avrebbe ricevuto in cambio la possibilità di controllarne il commercio per un periodo limitato di tempo.
Il principio che spinse la Repubblica di Venezia a concedere un monopolio temporaneo agli inventori rispondeva alla necessità di incentivare la creatività ed il progresso tecnico. Una forma alternativa di incentivo poteva essere la premiazione delle invenzioni (o delle opere, o delle merci) giudicate meritevoli: il problema in questo caso risiedeva prima di tutto nel valutare oggettivamente l’utilità di un bene a priori, cioè prima ancora di averne valutato la reale efficacia ed il reale apprezzamento da parte del pubblico. Il secondo problema era che le spese di tale incentivo sarebbero ricadute direttamente sulle casse dello stato. Il monopolio temporaneo al contrario retribuiva l’inventore a spese del libero mercato: sarebbe stato il mercato che, se ritenuta valida una invenzione, avrebbe ricompensato tramite le vendite l’inventore con che grazie al monopolio, avrebbe goduto dell’assenza di produttori concorrenti.
Di riflesso possiamo dire che un inventore, una volta scoperto un nuovo bene/materiale/opera poteva tranquillamente diffonderlo e svelarne i segreti alla comunità senza temere di essere imitato o derubato della sua invenzione. Prima dell’avvento della proprietà intellettuale gli inventori si portavano nella tomba le loro invenzioni , rallentando lo sviluppo tecnologico della società.
In sintesi, possiamo affermare che nella concezione originale (e nelle leggi attuali), il brevetto serviva a stimolare gli inventori ed a ricompensarli grazie al monopolio temporaneo.

La visione universale della proprietà intellettuale

I brevetti sono oggi concentrati nelle mani dei paesi industrializzati. Lo scopo di tali paesi è di accumulare il maggior numero di brevetti e di estenderne la validità in tutto il mondo. L’ufficio brevetti statunitense (USTPO) permette di brevettare dalle biotecnologie al software. Per estendere i brevetti a tutto il mondo il WTO ha promosso convenzioni come TRIPS (Trade Related aspects of Intellectual Property rightS) e WCT (Wipo Copyrights Treaty). Tali leggi vengono imposte agli altri paesi (a quelli in via di sviluppo in particolare) sotto ricatti di natura commerciale ed economica.
Il CTEA (Copyright Term Extension Act) del 1998 ha esteso da 50 a 70 gli anni di protezione del Copyright dopo la morte dell’autore. Il brevetto ha quindi assunto una nuova funzione; permette a chi lo detiene di imporre le sue leggi. imprese acquistano brevetti senza nemmeno produrre l’invenzione, speculando venendolo al miglior offerente. Dato che le nuove tecnologie sono caratterizzate da brevi cicli di vita, si dovrebbero ridurre gli anni di copertura, al contrario oggi assistiamo ad un allungameno dei termini di protezione, scoraggiando l’innovazione e l’introduzione di nuovi prodotti (e di nuove imprese nei mercati).

PROTEZIONE DALLA RIPRODUZIONE ILLEGITTIMA DELL’INFORMAZIONE

Nel mondo antico, i libri erano scritti a mano, chiunque sapesse leggere e scrivere poteva copiare un libro efficacemente come chiunque altro. Poiché le copie erano fatte una per volta ed il processo di trascrizione era un’operazione lunga e certosina, non era possibile realizzare economia di scala. Fare dieci copie richiedeva dieci volte il tempo necessario per fare una copia.
A causa di questa tecnologia, poiché non imponeva che le copie fossero identiche, non c’era nel mondo antico differenza sostanziale tra copiare un libro e scrivere un libro.
la rivoluzione arriva quando Gutemberg nel 1454 a Magonza inventa la stampa a caratteri mobili.
La stampa non è stata solo un miglioramento quantitativo per copiare agevolmente, ha influenzato i diversi tipi di copia in modo diverso perché ha introdotto una certa economia di scala (con la stampa nasce la prima impresa capitalistica, Print Capitalism). Era necessario molto lavoro per impostare la macchina tipografica e molto meno lavoro per fare molte copie identiche della pagina. Il risultato fu che copiare i libri incominciò a diventare un’attività centralizzata di produzione di massa.
Allo stesso tempo i lettori normali non potevano copiare i libri efficacemente. Solo se si aveva una macchina per la stampa lo si poteva fare: era un’attività industriale.
Il diritto d’autore si è sviluppato insieme all’uso della stampa e data la tecnologia della stampa, ha avuto l’effetto di una regolamentazione industriale. Non limitava ciò che potevano fare i lettori; limitava ciò che potevano fare gli editori e gli autori.
La concessione di monopoli temporanei agli autori doveva stimolare, cosi come per gli inventori, la creazione di nuove opere.
La concessione di monopoli privati è solo un mezzo per giungere ad un fine, e il fine è un fine pubblico, cioè l’avanzamento tecnologico ed intellettuale.
Nella costituzione americana il Copyright viene introdotto da Madison. Il compromesso di Madison prevedeva la protezione delle opere per 14 anni dalla data di pubblicazione. I lettori non potevano copiarne il contenuto dal momento che non disponevano delle tecnologie per farlo. Durante il copyright, ai lettori veniva concesso il Fair Use ovvero la possibilità di riprodurre per uso privato le opere (ma anche di utilizzarle a fini di ricerca, di citazione, di parodia e di caricatura). Negli ultimi 2 secoli il diritto di Copyright è stato esteso a 70 anni dopo la morte dell’autore e norme come DMCA e WIPO minano il Fair Use. Con l’avvento delle fotocopiatrici, dei videoregistratori e dei registratori, la sfida tra produttori e consumatori si è inasprita. L’industria demonizza gli utenti che copiano le opere (anche nel rispetto del Fair Use) chiamandoli ladri o pirati nell’era di Internet. La pirateria di massa arreca in realtà pochi danni all’industria dell’informazione, molti meno di quanto ci vogliano far credere con propagandistiche pubblicità progresso. Gilmore sostiene che il copyright cerchi di mantenere in vita i monopoli delle imprese dell’informazione che, incapaci di adeguarsi ai cambiamenti, vengono minacciate dalle innovazioni tecnologiche. E’ giusto garantire un guadagno agli autori in modo da incentivare il progresso ma questo guadagno deve essere confrontato alle perdite tipiche di ogni monopolio. I danni subiti dalle copie illecite, ottenute grazie ad Internet, devono essere confrontati con i guadagni in termini di facilità di diffusione, distribuzione, pubblicità e standardizzazione offerti dalla rete.

La guerra del copyright

Una efficace risposta all’industria dell’informazione che opera in rete, sarebbe di precludere:

  1. La possibilità di reclamare per copie totali o parziali con fini non commerciali
  2. La facoltà di inserire dispositivi per impedire la copia.

Coloro che acquistano CD o DVD continueranno a farlo perché più semplice che copiare o scaricare. Quelli che non se li possono permettere perché troppo costosi (a causa del monopolio di mercato) e quindi mai considerati potenziali clienti continuerebbero a scaricare ed a copiare le informazioni. Secondo la costituzione americana, il Copyright deve promuovere il progresso delle scienze e delle arti e solo in seconda battuta assicurare la retribuzione degli autori (e non di chi ne gestisce i diritti).

DMCA

Digital Millenium Copyright Act. Legge del 1998 (amministrazione Clinton) che vieta con sanzioni fino a 500.000$ e 5 anni di reclusione (moltiplicato per il numero di illeciti) ogni accorgimento che possa eludere i dispositivi tecnologici di protezione posti a difesa delle informazioni coperte da copyright. Alcuni esempi di dispositivi tecnologici di protezione sono: crittografia e la filigrana di identificazione. Vengono vietati tutti i prodotti, tecnologie, e servizi che consentono di eludere le protezioni ed abilitare la copia delle informazioni. Il DMCA vieta gli utilizzi previsti dal Fair Use (che resta formalmente in vigore). Inoltre, a copyright scaduto, tali protezioni rimangono attive, così come il divieto alla loro rimozione. Il risultato è l’estensione a tempo infinito del copyright. Il DMCA è in aperta contraddizione con il I emendamento. L’industria dell’informazione utilizza il DMCA come deterrente per scoraggiare le copie illegali andando di fatto a ridurre la libertà di espressione dei consumatori. Casi eloquenti di applicazione del DMCA: Caso del Prof. Felten, Sklyarov, DECSS, Napster.

Direttiva 2001/29

Imitazione europea dell’americano DMCA. Imposta dai trattati internazionali TRIPS e WCT, la direttiva prevede una smisurata protezione dei diritti di proprietà intellettuale senza tenere conto che:

  • La reale entità della pirateria e dei danni causati dalle copie illegali
  • Vantaggi diretti ed indiretti della pirateria (pubblicità, standardizzazione,..)
  • Vantaggi ed effetti compensatori della rete (diffusione, distribuzione, …)
  • Danno all’innovazione dovuta ad una eccessiva protezione della proprietà intellettuale

La legge 2001/29 afferma che il copyright è un diritto di proprietà, in contrasto con la legge tradizionale oggi vigente che lo considera come un monopolio temporaneo. La situazione europea è peggiore rispetto a quella americana dal momento che in Europa non vi è il corrispettivo del I emendamento che in America funge da forte contro altare nei confronti delle norme che rischiano di limitare la libertà di espressione dei cittadini.

IL PREZZO PER OTTENERE INFORMAZIONE

WTO, organo creato con lo scopo di armonizzare il commercio a livello mondiale, è spesso strumento in mano alla grande industria occidentale, utilizzato per l’estensione di norme restrittive atte a strozzare la concorrenza in paesi in via di sviluppo. WTO ha in passato abolito leggi a tutela dei lavoratori, a tutela dell’ambiente, ha imposto brevetti occidentali a paesi in via di sviluppo rallentandone l’ industrializzazione. Il WTO è anche accusato di non tener conto delle necessità dei paesi sottosviluppati durante la presa di decisioni. Esempi di tale estromissione dal potere sono la Mini Ministerial di Sidney nel 2002, la conferenza di Seattle, la conferenza di Doha, Quatar. Dalle riunioni WTO è nato TRIPS, la convenzione internazionale in materia di proprietà intellettuale, approvata durante l’Uruguay Rounds. TRIPS estende a livello internazionale gli standard occidentali di protezione della proprietà intellettuale. I paesi in via di sviluppo sono stati spesso costretti (sotto lo spettro di ricatti economici e commerciali) ad accettare questa norma che di fatto rallenta la loro industrializzazione. Tra le novità più importanti introdotte da TRIPS è utile ricordare l’articolo 27 che permette il brevetto della vita (microrganismi, piante, …). Mentre nella quasi totalità delle legislazioni nazionali si dichiara brevettabile l’invenzione, TRIPS allarga il raggio rendendo brevettabili anche le scoperte.

Sitografia di riferimento

Nel caso mi fossi scordato di citare qualche altra fonte, vi prego di contattarmi.

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