I nuovi distretti industriali

- 16 luglio, 2009 1:30 pm

Sono sempre stato attratto dai distretti industriali, forse perchè sono nato sulla soglia di quello ceramico di Sassuolo. La loro nascita, le loro dinamiche interne, sono così complesse che a mio parere nemmeno le più recenti teorie economiche sono in grado di spiegarle (compresa quella evolutiva).
Il concetto di competizione unito a quello di cooperazione (coopetition), di processi non formalizzati, di scambio reciproco di informazioni, tutti fenomeni documentati e studiati a posteriori ma mai, a mio modo di vedere, formalizzati in maniera completa all’interno di un modello economico.
Nonostante l’Italia sia un paese ricco da questo punto di vista, negli Stati Uniti possiamo ritrovare alcuni esempi affascinanti di Distretti Economici (descritti efficacemente da Saxenian in Regional Advantage). La Route 128, la Silicon Valley, luogo dove giovani entrepreneur prendono la strada del successo guidati solo da una idea brillante ed un buon fondo Venture Capital alle spalle.
La storia insegna che con il passare del tempo la dinamica si irrigidisce un po’. Le imprese si affermano, dominano, spopolano fino a diventare loro stesse nuovi Venture Capitalists che investono in nuovi giovani entrepreneur. E il ciclo della vita riprende…
Ma alcune volte è necessario un cambio di scenario, di esplorare nuovi territori dove poter guadagnare il proprio spazio vitale. E’ il caso di Boulder, piccola cittadina del Colorado, oggi meta di esuli della Silicon Valley.
Qua sembra di tornare nella Silicon Valley dei primi anni 80, con tante piccole imprese e una schiera di Venture Capitalists pronti a scommettere. Guardatevi questo video e capirete di che cosa sto parlando:

Never Mind the Valley, Here’s Boulder from ReadWriteWeb on Vimeo.

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Commenti
Nico Guzzi 16 luglio 2009

In Italia i distretti industriali hanno fatto la nostra fortuna, il problema per le imprese nostrane è sempre stato poi quello del passaggio da medio-piccole a realtà di mercato più importanti.
Piccolo sarà anche bello ma se poi si vuole competere sul lungo periodo e su larga scala bisogna inevitabilmente investire ed ingrandirsi, altrimenti non si attraggono investimenti, le menti brillanti non sono stimolate e gratificate quando rimangono, soprattutto nei settori ad alta tecnologia, per gli altri spesso basta delocalizzare dove la manodopera costa poco…infatti gran parte dei distretti italiani si sono svuotati…
Ma in fondo è bella l’atmosfera apocalittica dei distretti semi-deserti, adibiti magari a semplici magazzini, con le balle di fieno che rotolano per strada. Infine aggiungo che in Italia in effetti non c’è nessuna crisi, cioè la crisi è dentro di noi, non esiste in quanto siamo noi stessi la crisi.

Alberto 16 luglio 2009

Ciao Nico
Mi trovi in parte d’accordo e in parte no.
Il mito del “dobbiamo crescere dimensionalmente” penso sia un modello di sviluppo importato da altre economie che non si sposa bene al contesto italiano e che non è necessariamente la migliore soluzione.
Penso che l’Italia abbia fatto della specializzazione, dell’avanguardia e delle produzioni “Taylor Made” il suo forte. Tutte forme di produzione che mal si conciliano con la produzione in scala elevata.
Le imprese italiane sono piccole non perchè imprenditori poco lungimiranti sono voluti restare piccoli ma perchè -penso- sia la migliore forma organizzativa in grado di garantire la qualità e l’unicità dei prodotti.
Per quanto riguarda l’innovazione, potremmo farci una tesi sopra, comunque sono dell’opinione che non sia monopolio delle grandi imprese.
My two cents…

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